
L'orazione come dialogo
amoroso col Padre Celeste

Il che vuol dire che in qualsiasi maniera mi elevo a Lui, o pensando, o parlando, o cantando, etc. mi elevo a Lui e quindi sono in orazione.
Va da sé che anche quando non ci penso esplicitamente, ma al mattino ho rinnovato l'intenzione di fare tutto secondo la Sua volontà, è lo stesso, cioè sono in orazione, anche se la mia mente sarà tutta applicata a far bene quello che sto facendo e che devo fare.
Se questo è vero, aveva ragione San Paolo della Croce, quando diceva alla nostra Lucia Burlini: la vostra orazione deve iniziare il primo di gennaio e terminare il trentuno dicembre. Sappiamo che lei doveva lavorare per vivere.
Si dice elevazione dell'anima a Dio, ma si sa che l'uomo non è solo anima, bensì anima e corpo.
Il che spiega perché la Chiesa faccia tanto assegnamento sui riti e le cerimonie religiose che coinvolgano tutto l'uomo nel dialogo col Padre Celeste.
Dunque tutto di noi deve elevarsi a Dio, perché resti vitalizzato dalla Sua presenza e illuminato dalla Sua luce.

Vista così, l'orazione è l'occupazione più nobile dell'uomo e rappresenta il meglio della nostra esperienza di fede.
Compresa adeguatamente e vissuta costantemente, costituisce anche l'alimento più adatto al nostro sviluppo spirituale.
Mette a nostra disposizione energie sempre fresche e in grado di permetterci ogni impresa più ardimentosa e nobile, a lode del Signore.
Potremmo anche dire, in termini forse un po' troppo semplificati: vale più un grammo di orazione, che tonnellate di preghiere vocali, recitate meccanicamente (succede!).
Difatti, la preghiera è il mezzo più adatto per elevarci a Dio.
È il mezzo, non il fine. E lo strumento, non l'opera.
- Passionista -











